Avere a cuore la persona: il dottor Zattoni ricorda Flavio Terragnoli, amico e collega di una vita

Il dottor Guido Zattoni, ortopedico, collega e soprattutto amico del dott. Terragnoli per oltre 46 anni, ha condiviso i suoi ricordi personali e professionali, regalandoci un ritratto del celebre professionista, prematuramente scomparso.

I pazienti e il mondo che gravita attorno a Fondazione Poliambulanza, tutti coloro che la rendono una realtà sempre viva e tesa all’eccellenza, hanno pianto un professionista stimato e un luminare nel campo dell’ortopedia, ma sono gli amici e i colleghi di sempre che ci restituiscono il ritratto del professor Flavio Terragnoli: un uomo gentile, appassionato, umile e sempre rivolto al benessere dei suoi pazienti.

Terragnoli, Direttore dell’Unità Operativa di Ortopedia e Traumatologia presso Fondazione Poliambulanza fino al 2024, era noto come l’ortopedico dei vip del mondo dello sport, ma è proprio su questo tema che il dottor Zattoni, Ortopedico nel medesimo ospedale bresciano, specializzato in chirurgia e traumatologia della spalla, ci tiene subito a mettere le cose in chiaro: «Ha curato atleti famosi, certo, ma anche tantissime persone comuni. E per lui non c’era differenza: la disponibilità era la stessa. Per i suoi pazienti famosi i giornali ne parlavano spesso, ma chi lo conosceva davvero sapeva che si muoveva con la stessa cura per la signora anziana con il dolore al ginocchio come per il campione che doveva tornare in campo. Terragnoli era in prima linea per chiunque e aveva a cuore ognuno dei suoi pazienti, dal più umile al più celebre».

E, dopotutto, chi meglio del dottor. Zattoni, collega e amico di una vita intera, può mettere in fila la storia e quelle caratteristiche uniche di un uomo così amato dai suoi pazienti: «Ho conosciuto Flavio quando ero ancora studente di Medicina», racconta Zattoni, «Fu una delle prime persone che mi presentò il professor Giorgio Brunelli, allora direttore della Clinica Ortopedica. Terragnoli aveva solo quattro anni più di me, si era laureato da poco, ma era già un punto di riferimento. Da subito mi appoggiai a lui: da lì è iniziato un percorso che abbiamo condiviso per tutta la vita professionale».

La dedizione come vocazione

Poliambulanza, dove si trasferirono insieme nel 1996, contribuendo alla nascita e alla crescita del nuovo reparto di Ortopedia. «Siamo arrivati in Poliambulanza quando era ancora in costruzione», ricorda Zattoni, «Flavio mi chiese di seguirlo, e così feci. Abbiamo lavorato insieme fino alla fine dello scorso anno, quando, per limiti d’età, ha lasciato la direzione del reparto. Ma non ha mai smesso di occuparsi dei pazienti: continuava a fare ambulatorio, e spesso ci chiedeva di operare i casi che lui stesso aveva seguito».

Non è difficile per il dottor Zattoni identificare le qualità che lo hanno reso così celebre tra i suoi pazienti, chiunque l’abbia conosciuto, e negli anni sono stati davvero in tanti a rivolgersi a lui, non manca mai di citarne la totale disponibilità: «Era sempre pronto ad aiutare, a qualsiasi ora. Non c’era notte, vacanza o impegno personale che potesse impedirgli di dare una mano a un collega o a un paziente in difficoltà. Se era in montagna e qualcuno si faceva male, interrompeva tutto e correva ad assisterlo. Capitava che si arrabbiasse se scopriva che qualcuno che conosceva, magari la sua fornaia, era stato operato da altri senza che glielo avessero detto. Non per protagonismo, ma per affetto, per quel senso di responsabilità personale verso chi si fidava di lui».

Quando Poliambulanza si trasferì nella nuova sede, Terragnoli si dedicò con entusiasmo alla progettazione del reparto. Il suo nome figura tra coloro che hanno reso l’ospedale bresciano il centro di eccellenza che è oggi: «Seguì tutto: dalla disposizione delle stanze all’acquisto degli strumenti, fino alla scelta dei letti operatori», ricorda Zattoni. «Non si occupava solo degli interventi, ma anche di tutto ciò che serviva a migliorare la cura e il comfort dei pazienti. Era meticoloso, presente, instancabile». Terragnoli concepiva gli spazi fisici come alleati del percorso di cura dei pazienti e come opportunità di lavorare meglio per i sanitari.

L’eredità di un pensiero

Tutto parte dalla concezione e dal significato del concetto di cura: non un’operazione legata al sintomo, ma al paziente inteso come persona. L’esperienza all’interno del suo reparto doveva rispondere a questo ideale profondissimo: l’unitarietà dell’essere umano. E per questa ragione, la sua eredità è fatta di percorsi terapeutici ma anche di un valore ideale, un significato preciso dell’essere medico: «Se penso a cosa ci ha lasciato, oltre al grande vuoto, non mi vengono in mente i singoli casi clinici risolti, anche quelli più complessi, ma penso al suo esempio, in cui ci dimostrava come ascoltare, la dedizione al lavoro, la disponibilità verso tutti. Questo è ciò che ci ha lasciato e che cerchiamo di portare avanti ogni giorno».

Quando all’interno di strutture ospedaliere si affermano professionisti del calibro del dottor Terragnoli, è facile che si crei un clima, soprattutto tra le più giovani generazioni di medici, che guarda a loro come mentori e figure simboliche promotrici di valori che vanno ben oltre la preparazione accademica. E in effetti, Flavio Terragnoli è stato un esempio  e una guida per moltissimi giovani ortopedici e, come ricorda il dottor Zattoni: «Noi che abbiamo lavorato con lui abbiamo imparato molto, soprattutto dal suo esempio. Ci ha trasmesso l’idea che la disponibilità e l’attenzione agli altri sono parte integrante della competenza professionale».

Appassionato di ricerca, di libri di cui era un avidissimo lettore e custode di numerosissimi volumi, Terragnoli non era amante dei salotti, non in veste di protagonista almeno. Nonostante il suo nome fosse spesso citato tra ricerche e casi celebri, ricordiamo che fu proprio lui ad avere in cura il celebre ciclista Pantani, Terragnoli cercava di tenersi a debita distanza dai riflettori. Anche in questo caso, la sua è stata una figura fuori dall’ordinario, laddove spesso la fama sembra essere il motore della professionalità più che la fame di sapere, Flavio Terragnoli si muoveva in direzione contraria, puntando sempre alla stessa meta, il benessere dei suoi pazienti.

Cosa consente di vivere così la professione medica, ma potremmo chiederci, ogni professione?
Una passione smodata per l’essere umano che Terragnoli tramutava nel coraggio di prendere decisioni spesso complesse, talvolta faticose, assumendosi sempre la piena responsabilità del suo operato e dell’intera equipe, dedicando la maggior parte delle ore della sua giornata al lavoro di medico, al servizio della persona malata, a chi aveva bisogno di lui. «Cosa vuol dire essere un medico se non questo?» Si domanda il dottor Zattoni.

Curare può voler dire molte cose- continua il dottore- si può curare un sintomo, una patologia, ma prendersi cura vuol dire molto di più, significa guardare alla persona nella sua complessità. Le patologie possono essere simili, ma ogni persona è uguale solo a se stessa e un bravo dottore ne deve tenere conto.